La fine di un percorso

Durante questa settimana le esperienze vissute sono state molto variegate fra loro. Ho avuto modo di aiutare direttamente e indirettamente gli emarginati, le persone che vengono pressoché ignorate… le persone confinate ai bordi delle strade e dalle quali fanno fatica ad uscire. Ho visto con i miei occhi, sentito con le mie orecchie e percepito sulla mia pelle quanto possa essere devastante, a livello fisico e mentale, finire sul ciglio di un marciapiede e come un semplice gesto possa risollevare, per un attimo, queste persone… un semplice “buongiorno”, un semplice “come stai” ed un semplice pezzo di pane farcito solo di marmellata possono sembrare gesti quasi inutili ai nostri occhi, ma non ai loro e te lo fanno capire in tanti modi diversi.
Questa settimana purtroppo è finita, così come è finito il mio percorso all’interno del clan… tantissime esperienze, fonti di saggezza, hanno contornato il mio cammino e, insieme ai compagni con cui le ho condivise, sono cresciuto, maturato e pronto a vivere nuove esperienze, aprirmi la mente a nuove realtà ed a fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese, ad aiutare gli altri in ogni circostanza e ad osservare la legge scout.
Sono convinto che ognuno di noi dovrebbe vivere queste esperienze per rendersi conto di quanto il nostro aiuto, seppur piccolo, possa sprigionare una forza immensa, al punto tale da salvare delle vite che, come quelle di tutte le creature viventi, sono fondamentali, uniche e meritano di esistere.

Massimo

Il cambiamento più grande è dentro di noi

In questa route abbiamo capito il valore dell’incontro con l’altro. Ci siamo messi al servizio del prossimo, della comunità Papa Giovanni XXIII e abbiamo dato a loro aiuto per quel che avevano bisogno.
I ragazzi hanno già raccontato nei dettagli quello che abbiamo fatto nei loro racconti precedenti. Ora è il momento di tornare a casa.
“Ci sono tantissimi poveri al mondo che non verranno mai da noi, da quelli dobbiamo andarci noi. Loro sono miei fratelli”.
Questa frase di Don Oreste Benzi mi ha ronzato in testa per tutta la route.
È questo quello che abbiamo fatto, è questo quello che conta.
Noi abbiamo preso un aereo e abbiamo volato per stare con questa gente, e speriamo di aver lasciato almeno un sorriso in loro, un segno di fraternità, perché anche loro sono nostri fratelli.
Sono molto orgogliosa e contenta di essere partita con questa comunità.
Il servizio che siamo stati chiamati a svolgere è stato svolto appieno e le persone che ci hanno ospitato ci hanno ringraziato tanto del lavoro fatto.
Quando si parte per una missione si pensa sempre di partire per stravolgere e cambiare il mondo, per poi arrivare e capire che quel che possiamo fare è davvero poco.
Ma questo “poco” è solo una nostra sensazione. È poco per questo clan che ha una grande energia, una grande voglia di FARE, di spaccare tutto e di più, molto di più.
Ma quello che conta è il fatto, come dice Don Benzi, di essere andati a trovare quell’altro che non sarebbe mai arrivato da noi.
È l’essere stati con loro, aver giocato con i bambini, aver cucinato e pregato con le suore.
Il cambiamento più grande deve avvenire dentro di noi. Affinché, dopo aver “visto”, non possiamo più fare finta di niente.
Quello che sicuramente mi porto a casa da questa route è la testimonianza delle suore che con tanta gioia, purezza d’animo ci hanno raccontato le loro scelte di vita e di come sono state guidate dal Signore per farle.
Mi porto a casa gli occhi della gente che abbiamo incontrato in strada, dei sorrisi che se anche per poco abbiamo cercato di condividere insieme.
Mi porto a casa la dolcezza dei bambini con cui abbiamo giocato.
Mi porto a casa anche un po’ di stanchezza, ma una stanchezza bella.
E mi porto a casa tutte le testimonianze delle persone che abbiamo incontrato, affinché anche noi, dopo questi blog, riusciamo ad essere dei testimoni attivi e attenti nella nostra realtà in Italia.
Ah dimenticavo, guidare il pulmino delle suore in Grecia è stata un’avventura che mi ha un po’ terrorizzato per la responsabilità che mi hanno dato. Ma che figata.

Gaia

Non è stato facile

(Premessa: venerdì sera i ragazzi sono stati mandati in Hike. A Leonardo, Francesco e Massimo è stato chiesto di dormire in strada)

Come ogni viaggio l’ultimo giorno è quello più carico di emozioni, ma anche quello meno atteso in quanto segna la fine di un avventura.
Ieri sera ho avuto il piacere di conoscere Iliada, una ragazza greca che lavora in un bar in pieno centro, all’Acropoli.
Mi ha chiesto perché a mezzanotte mi trovavo su una gradinata nei giardini Zappeio e alla mia risposta è rimasta scioccata.
“Ma sei serio? Perché? Che senso ha?”
Ridevo e non sapevo cosa dirle, ma ho avuto sei ore di veglia notturna per pensarci.
Abbiamo passato una settimana ad aiutare direttamente e indirettamente persone senza dimora e nemmeno una volta ho pensato minimamente a immedesimarmi in loro.
Questa è stata la mia opportunità, per lo meno più vicina possibile a questa realtà, e visto come il mio corpo ha reagito stamattina, non è stato facile.
Non riesci a dormire, hai paura che qualcuno passi e si prenda le poche cose che hai se chiudi gli occhi o che ti picchi addirittura. Tutto intorno a te diventa un costante pericolo che non ti fa vivere.
Così finalmente ho capito fino in fondo perché bisogna aiutare queste persone e soprattutto rispettarle.

Leonardo

Il percorso di un nuovo incontro

Se dovessi scegliere una parola per sintetizzare l’ esperienza di questo viaggio ad Atene direi: incontri! È stato un pò anche il tema delle riflessioni di questo giorni, ma pian piano è diventato realtà nei volti delle persone incontrate. Tante! Incontri che hanno cambiato la sguardo, la mentalità, forse ci hanno convertito. I bambini, i senza dimora, i tossicodipendenti, le persone che donano la vita per gli altri le incontriamo anche a Forlì, ma spesso non le vediamo! Mettersi nella disposizione di accogliere il dono dell “altro, fermarsi con lui, ascoltarlo anche solo per pochi minuti cambia la vita, fa crescere la fraternità! È stato commovente per me, rivivere negli occhi di questi giovani, a volte nelle loro lacrime, nella sincera disponibilità l’ emozione delle mie esperienze giovanili quelle che hanno cambiato la mia vita! Sono certo che tornando a casa ognuno di noi guarderà con occhi diversi quel mendicante che chiede un euro, quel povero sdraiato sul marciapiede, quel profugo che chiede il diritto di vivere. Da qui comincia il percorso di un nuovo incontro, quello che costruisce pace e fraternità .

Sauro

Solo cose belle

Il caldo opprimente mi fa fare movimenti lenti, lentissimi. Ho in mano una pezza fatta da un vecchio lenzuolo a fiori con la quale sto pulendo le persiane delle finestre della piccola camera da letto al piano terra della nuova “Capanna di Betlemme”, la casa di accoglienza per i senzatetto che stiamo aiutando a sistemare per la nuova apertura.
Movimenti lentissimi, sempre uguali, ritmati: tra una fessura e l’altra della persiana, per togliere la polvere della strada su cui si affaccia la finestra. Piccoli momenti di respiro quando una leggera folata d’aria entra nella stanza passando tra le foglie dell’albero di agrumi che è proprio di fronte a me.
“Ma cosa sto facendo?”
Una domanda secca -cosa sto facendo- inizia a martellare nella testa. Cosa sto facendo.
Sono a duemila chilometri da casa, mentre pulisco le finestre di una stanza in cui verranno a dormire persone che non ho mai visto, di cui non so nulla, nemmeno il nome.
Cosa sto facendo.
Sera, tarda sera, con alcuni dei ragazzi portiamo un bicchiere di tè freddo ed un panino a persone che vivono per strada, spettinate, occhi fissi a riflettere il via vai di turisti del centro di Atene meravigliati dalla vista dell’Acropoli: non capisco neanche i loro nomi, c’è un muro altissimo, la lingua, indecifrabile, impenetrabile. Qualche stentata parola di inglese -vuoi un po’ di tè?-
un sorriso, la dignità. Serena che ci accompagna inizia a chiacchierare, a chiedere, ad interessarsi a chi abbiamo di fronte: lei parla greco, intende e cerca di avvicinarci a questo mondo fatto di Persone.
Cosa sto facendo. Mattina, mattina prestissimo. Due suore di Madre Teresa, quelle con la veste bianca e blu, come le case greche. Due suore, una Indiana e l’altra africana, otto bambini, un po’ africani, qualche greco, io: sembra l’inizio di una barzelletta. Ci chiedono di giocare un po’ con loro, hanno un piccolo centro estivo oltre alla mensa dei poveri. Giochiamo, la palla è un linguaggio internazionale, finalmente ci capiamo. Così quattro ore. Al sole. Al caldo -cosa sto facendo-.
Pomeriggio. Siamo tutti seduti intorno ad un tavolo, sotto un pergolato, in un bel giardino coi sassi bianchi, qualche limone, un grande fico. Una scritta nel muro bianco, una scritta blu: XVIII.
Filippo, Fabiola, Max, Serena, Jerusalem e i suoi piccoli: tutti seduti insieme intorno ad un bellissimo tavolo, sotto un pergolato. Sono una famiglia bellissima, sono la casa famiglia, sono della comunità Papa Giovanni XVIII. Sono di Siena, sono ora ad Atene. Gestiscono la Capanna, i servizi in strada, fanno tanto.
Cosa sto facendo.
Ci raccontano chi sono, perché, cosa.
Ci raccontano di don Oreste: ci si salva insieme, non c’è qualcuno che salva qualcun altro. È condividere, è così che si cambia il mondo. È la condivisione, è mettere insieme ciò che ho con ciò che hai. È il tempo che mi dedichi, è il tempo che ti dedico. Non mi importa chi sei, se ci conosciamo, sei sei grande o piccolo, se sei in strada o sotto un tetto. Ci si salva insieme.

Non so quale sia il “piano”, sinceramente non lo so e non so neanche se ci sia. Ma siamo qui, sono qui. Forse ho capito cosa sto facendo. Solo cose belle.

Gabriele

Per salvare più anime possibili

Senza rendercene conto siamo arrivati alla quinta giornata di questa route imprevedibile. Questa mattina, come ogni giorno, ci saremmo dovuti alzate alle 7:00 per essere pronti per la catechesi ma il momento del risveglio oggi si è un po’ allungato. Dopo la colazione siamo partiti per i servizi che ci erano stati assegnati per la giornata. Per me questa giornata riservava il servizio nella casa delle suore di Madre Teresa con accoglienza alle madri e ai loro figli. Arrivati abbiamo ricevuto una accoglienza calorosissima da parte delle sorelle, che subito ci hanno portato di sopra per un momento di preghiera dove abbiamo potuto esibire le nostre pessime doti canore. Già prima di salire verso la piccola chiesa abbiamo potuto notare la felicità con il quale quei bambini ci salutavano e questo mi ha colpito tantissimo.

Dopo la preghiera abbiamo iniziato il servizio nella dispensa sotto indicazione della sorella superiora, nel quale con un po’ di caldo e fatica abbiamo preparato sacchetti  con riso e fagioli da inserire nei 30 sacchetti della spesa che abbiamo preparato da consegnare alle famiglie povere che venivano a prenderle. In quel momento mi sono più volte interrogato sull’azione che stavamo facendo, cercando di sfamare e di dare beni di prima necessità a persone che non possono permetterselo e questo mi ha fatto molto riflettere ed emozionare. Concluso il lavoro mi sono messo a pulire tutto il piano interrato della casa, quando è arrivata una sorella e vedendomi li da solo con un po’ di sudore mi ha raccontato una sua esperienza passata. Doveva pulire del pesce, cosa che a lei non piaceva per niente fare, e una sua superiora gli ha detto: ”Tu devi pensare come se tutto quello che fai qui pulendo questo pesce o altro che non ti è comodo, lo fai per le anime che ci sono in cielo e per salvare più anime possibili”. Ciò mi ha fatto riflettere moltissimo e mi sono reso conto come anche un piccolo aiuto o una piccola fatica vada vista da una prospettiva più alta e che anche le piccole cose contano un sacco. Dopo aver intrattenuto i bambini con giochi, balli e qualche pianto qua e là, li abbiamo accompagnati a pranzo nella casa dove hanno pranzato. Noi invece, dopo aver condiviso un piccolo aperitivo che le sorelle ci hanno offerto, abbiamo portato tutte le coperte, che nei mesi invernali consegnano ai senza tetto per strada, nel terrazzo dove poi sarebbero state lavate nei giorni successivi. Abbiamo giocato ancora un po’ con i bambini che si sono molto affezionati a noi. Siamo dovuti ritornare per il pranzo,  per proseguire una giornata che si annuncia ancora emozionante.

Matteo

The sea was my greatest fear

È il quinto giorno di route nonché l’ultimo giorno di servizio in Grecia. Oggi ho avuto la possibilità  di rivedere il gruppo di fratelli nigeriani (quattro sorelle e un fratello più piccolo) dai 12 ai 4 anni che avevo incontrato per la prima volta il primo giorno di servizio. Con loro c’erano anche una coppia di fratelli maschi greci di dieci e otto anni e un bimbo, sempre greco, di sei. Quest’ultimo, appena arrivato dalle suore di Madre Teresa, ha incominciato subito a dimostrare a tutti affetto, giocando, ridendo e scherzando con noi ( Margot e Massimo ed io). Dopo aver caricato tutti nel furgoncino siamo partiti alla volta del mare. Qui le bambine hanno dimostrato tanto timore nei confronti del mare. Nicole, la più grande tra le sorelle, mi ha raccontato che per loro era la seconda volta in spiaggia. Dopo tante urla mischiate a risate siamo riusciti a stare tutti bene in acqua, a tal punto che le bambine giunto il momento di tornare sul furgone non volevano uscire dall’acqua che tre ore prima tanto le spaventava. Una di loro, la più piccola tra le bimbe, non riuscì ad arrivare tanto avanti, la schiuma e le onde la terrorizzavano ma adorava la sabbia bagnata e stava vicino al suo fratellino piccolo, Joseph, che con la palla si divertiva a giocare con Massimo. Io e Nicole decidemmo di provare a fare una “nuotata” , ci fermammo un po’ lontano dagli altri bambini e lei mi disse “ I am very happy, the sea was my greatest fear “ che per chi come me non è molto bravo in inglese significa “sono molto felice, il mare era la mia più grande paura”. Sono stata felice oggi, felice di aver condiviso un momento e un’esperienza tanto significativa per lei e tutti loro.

Virginia

Un luogo molto speciale

Questa mattina ho aiutato insieme al mio capo clan Gabriele e altri due ragazzi del gruppo della Toscana ad ultimare il trasloco dalla vecchia alla nuova sede della Capanna di Betlemme. Altri miei compagni avevano già iniziato questo lavoro nei giorni precedenti e per questo non ci siamo stancati molto fisicamente. D’altra parte ho avuto modo di parlare con Max, uno dei volontari della Papa Giovanni XXIII. Ho riflettuto molto su come quel luogo inizialmente frequentato da perfetti sconosciuti, sia diventato col tempo così speciale per tutti loro. Come hanno testimoniato Max e altri volontari infatti, alla notizia del trasferimento gli ospiti hanno reagito subito chiedendo se fossero comunque tutti insieme. È bello vedere come siano riusciti a creare una vera e propria famiglia.

Samuela

Troppe domande senza risposte

Il servizio è molto semplice. Si tratta di distribuire panini (thelete sandwich?) e té freddo (crio chai?) ai senza tetto del porto del Pireo. Questi gesti servono a coltivare le relazioni con queste persone, facendo sentire loro un po’ del calore che la società gli nega. Fino a qui è tutto teorico e lineare. Quando poi ci si trova davanti ai volti, agli odori, alle voci, la situazione si complica parecchio e le corde delle emozioni, intense e negative, iniziano a vibrare.

Non siamo preparati ad incontrare così tante persone. Decine, centinaia di vite sbattute sulle panchine, sui prati dei parchi, sull’asfalto dei marciapiedi.

Non siamo preparati a incontrare le donne. Un “barbone” te lo immagini diverso. Non ti aspetti una signora sorridente che potrebbe essere tua madre, pulita e ordinata, circondata da sacchi pieni dei suoi poveri averi. Non siamo preparati a incontrare ragazzi giovani, forse tossico-dipendenti, gli stessi ragazzi che potrebbero essere i tuoi vicini di casa, le stesse persone che potresti incontrare in un locale o in pizzeria.

Non siamo assolutamente preparati ad incontrare le famiglie, che sono soprattutto rom. Uomini e donne adulti, con i cartoni che saranno il loro letto sottobraccio. I bambini intorno seguono mamma e papà in cerca di un luogo tranquillo per dormire e magari di un po’ di cibo per riempire lo stomaco un altro giorno. I bambini, di ogni età e i più piccoli spesso nudi, non dovrebbero crescere sulla strada. I bambini giocano e ridono in ogni luogo, e questi non fanno differenza. Questa situazione è però semplicemente inaccettabile ai nostri occhi. Queste immagini ci colpiscono come un maglio. Qualcuno di noi non trattiene le lacrime.

I senzatetto di Atene vengono assistiti nei loro bisogni primari da associazioni come la Papa Giovanni XXIII. L’impressione però è che non sia il cibo ciò che più manchi loro. Abbandono, emarginazione, solitudine sono i mali che affliggono le loro esistenze.

I nostri cuori pesanti vengono consolati da momenti belli, addirittura commoventi. Maria Serena, la volontaria che ci guida e ci accompagna, viene accolta con sorrisi sinceri e abbracci affettuosi. Non c’entrano il tè e i panini. I visi di questi poveri sono illuminati da qualcosa che somiglia molto all’amicizia e alla riconoscenza di chi apprezza il tempo che lei e noi abbiamo scelto di condividere.

Alcune di queste persone inoltre ci danno vere e proprie lezioni di dignità. C’è che cura la propria pulizia anche in questa condizione di totale privazione. C’è chi, come Stathis, è riuscito a ritagliare sotto una tettoia un angolo di salotto, con un tavolino di fortuna e una sgangherata sedia da ufficio. Consuma il pasto donato da qualche ente benefico come se si trattasse di una cena in un ristorante. A commuovermi è Alekos. A fianco della panchina che rappresenterà il suo letto di questa notte c’è una pila di libri e un paio di occhiali. Mi mostra con orgoglio i suoi volumi, in greco. Sono dettagli di potentissima umanità.

Tantissime domande affollano le nostre menti. Abbiamo accompagnato a turno Maria Serena nella visita dei senzatetto al porto, in centro, nei parchi. Tutti abbiamo provato le stesse emozioni contrastanti e tutti siamo tornati con troppe domande alle quali non riusciamo a dare risposte convincenti. Siamo scout, e crediamo che nel servizio ai poveri incontriamo Gesù. Probabilmente non ci serve sapere altro per dare un senso a tutto questo.

Michele

Un buco nella rete

Oggi sono andato in centro con Maria Serena, Leo, Margot per incontrare i senzatetto. Siamo partiti di mattina e siamo stati nel centro di Atene e lì abbiamo trovato senzatetto: la prima ci ha scacciato, il secondo invece e stato cordiale e abbiamo fatto una bella chiacchierata con lui in inglese. Mentre stavamo percorrendo la strada principale di Atene, Serena ci ha portati in un palazzo enorme che era chiuso da una rete. Siamo riusciti ad entrare dentro grazie a un buco nella rete. I primi due piani erano pieni di spazzatura di ogni tipo, mentre altri due erano stati utilizzati come bagni. Nell’ultimo piano abbiamo trovato in un materasso delle scarpe e dei vestiti, segno che qualcuno aveva dormito lì. Siamo saliti in cima al palazzo e li abbiamo visto un bel panorama. Intorno però ho notato con tristezza che c’erano molti palazzi fatiscenti e di fianco a questi c’erano dei palazzi moderni e molto belli; erano mescolati tra loro. Invece che sistemare i palazzi mal messi preferiscono lasciarli così e costruirne dei nuovi.

Mirco